Wabisabi ci ha colpito per le sue pennellate di colore su magliette di cotone bio. Una spruzzata di gioia, vitalità ed energia, un grido contro gli sprechi della moda di tutti i giorni.

Poi l’abbiamo intervistata, e ci ha fatto sciogliere il cuore. Già, perché ci ha dato l’impressione, fin da subito, di aver trovato la chiave della felicità. Forse perché in fondo, il segreto, sta tutto qui:

Ho sempre fatto un gioco sin da piccola, quando sono in dubbio sulle scelte da prendere mi chiedo: cosa direbbe la Giulia del passato se ti vedesse oggi? E cosa direbbe la Giulia del futuro se ti vedesse oggi? Amo la coerenza, ed anche se tutto nella vita è in continua trasformazione credo sia importante rimanere in contatto con il nostro bambino interiore, quello che non ha paura di sbagliare, perché tanto può sempre rialzarsi e vedere le cose con gli occhi puri dell’amore.

Ci racconti un po’ di te?

Ormai tutti mi chiamano Wabi, ma il mio nome è Giulia. Sono una ventinovenne sarda innamorata della sua terra, dell’arte e dello yoga. Ho vissuto per tanto tempo a Firenze e, a 28 anni, ho deciso di tornare a casa per godermi la Sardegna, soprattutto la sua natura. Odio gli sprechi ed amo la moda: per questo realizzo capi unici di abbigliamento (magliette, borse, zaini), in cotone biologico certificato – o, in alcuni casi, rigenerato –  dipinti rigorosamente a mano.

Molte persone mi dicono che sono matta, io mi definisco romantica. In questo mondo che corre, ho deciso di andare lenta. Amo coltivare, cucire, tessere, riciclare, pedalare.

Giro la mia isola in lungo e in largo con un Doblò camperizzato, per riscoprirne tutte le bellezze. Amo la vita semplice, i cibi sani e l’ambiente, ed è per questo che i miei soggetti sono spesso fiori, piante e animali.

Progetto Wabi Sabi: magliette dipinte a mano

Ora però siamo curiose di sapere tutto ciò che c’è dietro il tuo progetto.

ll progetto è nato per due motivi: uno è offrire un’alternativa – accessibile a tutti – alle t-shirt di pronto moda fatte senza criteri etici per l’uomo e per l’ambiente, l’altro è dare sfogo alla mia passione, ovvero l’arte del fare a mano in tutte le sue forme. Forse anche come grido di ribellione a questo mondo che va veloce: credo che ci sia un forte bisogno di persone che lavorano con le mani, dedicando il tempo che ci vuole a fare le cose bene e con amore.

L’idea è nata durante la mia tesi di laurea, mentre realizzavo una collezione di maglieria sul “WABISABI e le avanguardie giapponesi degli anni 80“.

Ho sperimentato con la maglieria per un po’ di anni, ma richiedeva davvero troppo tempo, per cui, dopo vari esperimenti, due anni fa è nato il progetto che conosciamo oggi “Wabisabihandmade“: ho scelto di comprare t-shirt e accessori in cotone biologico di marchio registrato che garantiscono una filiera controllata e il rispetto dei diritti del lavoro e del lavoratore. A tutto ciò, aggiungo il mio tocco: le pennellate di colore.

Quando è nata la tua passione?

A tre anni mi hanno fasciato la mano sinistra per un piccolo incidente e, dato che mi ostinavo a tenere i pennarelli con quella mano, i miei hanno capito subito che ero mancina e che niente avrebbe potuto fermare il mio amore per il disegno.
Ho compreso molto presto che l’arte avrebbe avuto un ruolo importante nella mia vita.

Ho studiato prima pittura al liceo artistico, poi ho preso una laurea triennale di Moda presso l’ateneo fiorentino. L’ università si è rivelata un’ottima palestra di vita, oltre, ovviamente, ad avermi fornito le basi della storia della moda, del costume e del tessuto e anche qualche nozione sull’illustrazione.

Ricordo che dopo un mese che ero lontana da casa ho avvertito per la prima volta quel senso di nostalgia che noi sardi emigrati conosciamo molto bene, così ho telefonato mia mamma chiedendole di insegnarmi tutto sulla maglieria. Lei pensava che la prendessi in giro: per diciotto anni mi ha chiesto di potermi insegnare e in quel momento pretendevo di imparare tutto via telefono. Ma a volte bisogna guardare le cose da un altra prospettiva per poterle apprezzare. Sono tornata per Natale e ho passato due settimane vicino al caminetto con lei; maglia rasata, maglia inglese e tutto il resto.

Non mi sono più fermata.

C’è stato qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato (o che magari lo fa ancora adesso)?

maestri importanti li ho avuti fuori da scuola, durante le esperienze più disparate: dentro un piccolo atelier dove customizzavamo pezzi vintage, dentro la sartoria del teatro del Maggio Musicale Fiorentino, ma anche mentre svolgevo il lavoro di addetta al controllo qualità per un’azienda di maglieria made in Italy (Boboutic) e quello di visual in store in un negozio a Ponte Vecchio.

Poi c’è stato Vittorio, il mio nonno adottivo fiorentino, maestro di velluto: mi ha insegnato i rudimenti del telaio artigianale (che ho avuto la fortuna di poter adottare negli ultimi anni trascorsi a Firenze). E Barbara, una signora speciale, fiorentina d’adozione, che ha insistito per darmi lezioni di acquerello e mi ha incoraggiato per riprendere a giocare con il colore, regalandomi nuovi pennelli e nuove tinte.

Wabi sabi: moda etica e capi fatti a mano

Sono cresciuta tra mio papà che mi costruiva meravigliosi castelli di cartone e mamma che mi cuciva i vestiti, perciò l’aspetto artigianale delle cose mi ha sempre affascinata tanto che è diventato poi il filo conduttore in tutto quello che ho realizzato: “Il lato umano della moda” come lo chiamo io. Aver fatto tante esperienze, tutte diverse, benché sempre nel mondo della moda, mi ha portata a nutrire diversi piccoli progetti. Sin dai primi anni dell’università ho dedicato tanto tempo alla sperimentazione manuale: dieci anni fa facevo già mercatini con le magliette cucite da me con pezzi di campionario dei cataloghi per divani rubati a mio papà, o canotte e vestiti di maglieria lavorata ai ferri che vendevo sia nelle bancarelle che nelle boutique fiorentine.

Per questo, dal 2014 in poi ho fatto diverse esposizioni; la più emozionante è stata senza dubbio la Biennale di Arte tessile a Guimaraes, in Portogallo, per la quale avevano selezionato 50 artisti da tutto il mondo: sono stata una delle due italiane scelte. La mia opera si chiamava proprio “Il lato umano della moda“.

Il più grande nutrimento sono sicuramente le collaborazioni con altri artisti e professionisti. Mettere insieme le idee e mescolarsi è un ottima occasione di scambio e di crescita. Ho realizzato delle collezioni in edizione limitata per ReYoga e abbiamo presentato da poco il terzo progetto, un tappetino da yoga con un mandala disegnato da me .

Ecco, devo molto allo yoga. Nel 2013 è entrato nella mia vita ed ha cambiato tutto. È una disciplina meravigliosa, che ti apre gli occhi e ti riconnette con il tuo Io più profondo. Dopo il percorso che mi ha portata a diventare istruttrice, infatti, a giugno 2016 ho preso un importante decisione: lasciare il lavoro che mi dava da vivere (visual merchandiser, appunto) per inventarmi un progetto più definito. Non sapevo bene come e cosa, ma grazie alla meditazione ho avuto l’idea: dovevo fare magliette, e dovevo farlo a casa mia. Ho preso coraggio e sono tornata in Sardegna.

Magliette dipinte e mano: Wabi Sabi

Parliamo di moda sostenibile. A che punto siamo, secondo te?

Credo che ci siano tante difficoltà perché non siamo ancora consapevoli del fatto che ogni nostra scelta, anche nell’abbigliamento, ha una conseguenza per il Pianeta.

Ma sono molto fiduciosa: quando le persone toccano le mie t-shirt capiscono subito che sono di qualità, prima ancora che glielo racconti.
Simmel diceva che abbiamo due istinti innati che si contrappongono: da una parte sentiamo il bisogno di identificarci all’interno di un gruppo e dall’altra invece vogliamo emergere da esso per mostrare la nostra individualità.
Non ho mai sopportato di vedere i vestiti uguali messi in fila nei negozi: noi siamo umani e quindi unici e irripetibili, perciò meritiamo di indossare qualcosa di unico che ci contraddistingua!

ll Wabi sabi è un ideale estetico giapponese che trova la bellezza nelle cose semplici, imperfette e nella transitorietà della vita e delle cose. Nella vita tutto cambia, è vero: cambiamo noi, ed anche i nostri gusti. Ma se l’oggetto è fatto a mano, spesso è realizzato con amore fuori dal tempo e dalle mode, dunque è più facile che la persona possa instaurare un legame affettivo con esso, legame che prescinderà dalle mode del momento, e quindi lo farà durare certamente un po’ di più, rispetto ad un capo acquistato in uno dei tanti negozi di moda.

Anche per questo motivo, in futuro vorrei continuare la mia ricerca dei materiali per arrivare a realizzare tutto in Sardegna e essere di minor impatto possibile sul Pianeta. Vorrei anche proporre una scelta più ampia, magari dando vita ad una piccola collezione di maglieria.

 

Dove potete dare un’occhiata alle creazioni di Giulia? Sulle sue pagine Instagram e Facebook.

Boicottiamo la moda usa e getta!