«Noi siamo del tutto dipendenti dalle piante. Ci svegliamo in case fabbricate con il legno delle foreste del Maine, ci versiamo una tazza di caffè macinato da chicchi cresciuti in Brasile, indossiamo magliette fatte di cotone, stampiamo le nostre relazioni su carta, portiamo i nostri figli a scuola in auto con pneumatici fatti di gomma cresciuta in Africa e ci riforniamo di benzina derivata da cicadi morte milioni di anni fa. Estratti chimici delle piante riducono la febbre (pensate all’aspirina), e trattano il cancro (Taxol). Il grano ha portato alla fine di un’epoca e all’inizio di un’altra, e l’umile patata ha spinto a migrazioni di massa. Le piante continuano a ispirarci e a sorprenderci: le possenti sequoie sono gli organismi singoli e indipendenti più grandi al mondo, le alghe sono alcuni dei più minuscoli, e le rose inducono qualsiasi persona al sorriso.

Basterebbero queste poche righe, per renderci conto di quanto siamo fortemente legati all’universo vegetale. Non potremmo mai farne a meno, per tutta una miriade di motivi che vanno ben oltre il nostro immaginario quotidiano, fatto di gesti ormai scontati, che non ci danno certo da pensare, ogni volta che passiamo davanti ad un ciclamino o ad un abete.

Nessuno di noi si ferma ad osservare se una foglia ha formato una macchia bianca, se un fusto è piegato in modo insolito, o se un ramo sta soffocando quello vicino.

Ma Daniel Chamovitz, nel suo splendido saggio Quel che una pianta sa” (Raffaello Cortina Editore, 174 pagine, 18 euro), da buon biologo, ci fa mettere un attimo il piede indietro, sul gradino precedente, per farci vedere da dove siamo partiti.

«Ciò che dobbiamo capire a un livello più generale è che noi condividiamo la biologia non soltanto con le scimmiette e con i cani, ma anche con le begonie e le sequoie. Quando ammiriamo il nostro roseto in piena fioritura, dovremmo considerarlo alla stregua di un cugino molto lontano, sapendo che, proprio come lui, possiamo distinguere ambienti complessi, e che condividiamo geni comuni. Quando guardiamo un’edera abbarbicarsi a una parete, stiamo guardando quello che, se non vi fosse stato un remoto incidente probabilistico, sarebbe potuto essere il nostro futuro. Stiamo osservando un altro possibile risultato della nostra stessa evoluzione, un risultato che ha imboccato una strada diversa circa due miliardi di anni fa. La condivisione di un passato genetico non nega eoni di evoluzione separata. Anche se le piante e gli esseri umani mantengono capacità parallele di percepire ed essere consapevoli del mondo fisico, sentieri indipendenti dell’evoluzione hanno condotto a una caratteristica tipicamente umana, intelligenza a parte, che le piante non posseggono: la capacità di interessarsi alle cose e di prendersi cura di loro.»

Ė un libro di viaggio, questo meraviglioso volume. Viaggio tra i sensi delle piante, che non sono dotate di cervello, è vero, ma sanno.

Vedono, annusano, provano, si difendono, riescono a capire dove si trovano, ricordano. Ma è anche un viaggio tra i nostri sensi: sono loro che, in ogni capitolo, vengono confrontati con quelli dei vegetali.

Eppure l’autore si guarda bene dall’affermare che le piante sono esattamente come noi, prendendo più volte le distanze da uno dei libri cult della letteratura green, pubblicato con grande successo negli anni ‘70, causando – secondo Chamovitz – un grave fallout scientifico, poiché ha ostacolato fortemente le ricerche sulle similitudini tra i sensi degli animali e quelli delle piante.

Ė una spedizione all’interno dei più affascinanti labirinti neuro-fisiologici, spiegati nel dettaglio, tra cellule, DNA, recettori, canali ionici che si aprono e si chiudono su mondi così complessi, ed allo stesso tempo perfetti e funzionali nella loro praticità. E se lo schema di scrittura adottato risulta ovviamente fedele al metodo scientifico, non abbiate paura: avete tra le mani un testo di carattere ampiamente divulgativo, accessibile anche a chi non possiede conoscenze di biologia vegetale. Richiede solo un buon mix di curiosità e attenzione.

Darwin verrà spesso in vostro soccorso, ma una matita vi farà comodo: avrete voglia di sottolineare numerose parti, per poi approfondirle, anche grazie all’aiuto dei numerosi link suggeriti.

Recensione del libro: "Quel che una pianta sa"

Pensateci: molti di noi parlano alle piante, alcuni gli fanno anche sentire la musica, non è così? D’altronde ci hanno sempre detto che sarebbero cresciute meglio. Ma su quali basi sono fondate tali teorie? Sugli esperimenti della dottoressa Retallack, che sottopose per anni i gerani ad Hendrix e Led Zeppelin, per dimostrare che le loro chitarre facevano male alle piante (e alle persone)?

E quando nelle discussioni tra onnivori e vegetariani salta fuori il discorso del dolore, provato in egual misura da animali e piante, chi ha ragione?

Leggendo, si scoprono tantissimi aspetti su cui riflettere.

Il bello di queste pagine è tutto qui: ritrovarsi a dover rivalutare buona parte di ciò che eravamo convinti di sapere; rivedere tutto sotto un’altra ottica, tracciare nuove linee di pensiero. E sì, anche nuovi spunti di ricerca. Perché se ci soffermiamo sul significato di ognuno dei cinque sensi, non possiamo più pensare di essere gli unici, sul Pianeta Terra, in grado di comunicare, vedere, provare. In grado di sapere.

Quando parliamo di piante, dobbiamo maneggiare con cautela il termine “intelligenza”, senza dubbio. Ma “consapevolezza”, d’ora in avanti, sarà la parola magica che ci farà sentire più vicini a quella peonia che ci osserva ogni sera, mentre tornando da lavoro, percorriamo il viale che ci porta dritti a casa.