Domenica si è conclusa una Fashion Revolution Week per molti versi alternativa – l’emergenza sanitaria in corso ha inevitabilmente influito sullo svolgersi di tanti appuntamenti – ma ugualmente fondamentale.

Sì, perché dare alla necessità di ripensare il sistema moda dei contorni così netti e focalizzare l’attenzione delle persone sull’importanza di raggiungere il fondo dei propri armadi e delle proprie consapevolezze…è qualcosa di estremamente urgente oggi.

Il rischio, però, è che tutto finisca dopo 7 giorni. Che non si capitalizzi nulla (o poco), della miriade di informazioni, dati e possibilità divenute accessibili e “interessanti” in questa manciata di ore.

Cosa fare allora per trasformare ogni giorno in una grande, pacifica ma fondamentale Fashion Revolution?

Una digressione: ad Aprile non per caso

Dietro la scelta di collocare la Fashion Revolution Week ad aprile c’è l’intento di ricordare una tragedia che ha cambiato per sempre il corso della moda. Era il 24 aprile 2013. Quel giorno il complesso produttivo di Rana Plaza, a Dhaka (Bangladesh) è crollato. 1129 persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite. La struttura ospitava gli stabilimenti tessili di grandi marchi commerciali occidentali.
In quel preciso istante, l’assurdità del sistema si è manifestata nel modo più drammatico. E, in quel preciso istante, il cambiamento ha iniziato ad innescarsi nelle coscienze.

Rana Plaza - 24 Aprile 2013

Fonte dell’immagine: Campagna Abiti Puliti (Facebook)

Vuoi mettere in atto ogni giorno la tua Fashion Revolution? Allora continua a…leggere.

Se seguire la Fashion Revolution Week ha risvegliato in voi l’esigenza di orientarvi meglio nel mondo della moda, e quindi di gestire i vostri acquisti in maniera più consapevole, quella di cui avete bisogno è una bussola, e il libro “Vestiti che fanno male” di Rita dalla Rosa può di sicuro fare al caso vostro. Ha qualche anno, ma è ugualmente significativo perché ha un taglio pratico, va dritto al punto e svela meccanismi e rischi (legati per esempio alla composizione dei tessuti che entrano in contatto con la pelle) che purtroppo non sono ancora cambiati.

Se invece ciò di cui avete bisogno è una storia che accarezzi i vostri ricordi e il vostro immaginario parlando di manifattura, tradizione e cura, procuratevi una copia de “Il sogno della macchina da cucire, di Bianca Pitzorno. Un romanzo delicato ma potente, che racconta la storia di una sartina a giornata nata a fine Ottocento. Una ragazza di umilissime origini che ama le opere di Puccini, impara a leggere da sola ma più di tutto sogna di avere una macchina da cucire con cui diventare indipendente. Qui il cucire, il confezionarsi abiti e il farlo per gli altri ha un sapore che noi, vivendo in un’epoca diversa, non conosciamo ma che con questa lettura potremo imparare ad apprezzare.

Di prossima uscita, infine, è il libro “La rivoluzione comincia dal tuo armadio”, scritto da Luisa Ciuni con Marina Spadafora, coordinatrice della Fashion Revolution per l’Italia.

Leggendolo potremo approfondire l’avvento della fast fashion e le conseguenze del low cost, la bulimia dei consumi e gli impatti dello spreco, le nuove schiavitù e l’utilizzo indiscriminato di risorse finite. Ma anche le nuove frontiere dell’economia circolare e le potenzialità della green fashion. Acquisendo strumenti e metodi per orientarsi nel mercato con consapevolezza e potendo distinguere con facilità ciò che è realmente sostenibile da ciò che non lo è.

Sostenere chi è in prima linea

Come la tragedia di Rana Plaza ha reso drammaticamente evidente, ci sono milioni di lavoratori del settore tessile nel mondo che non svolgono il loro lavoro in condizioni adeguate, e anzi mettendo addirittura a rischio, ogni giorno, la propria vita.

Da più di 20 anni il network della Clean Clothes Campaign promuove e difende i diritti delle donne e degli uomini al lavoro nel settore tessile globale, seguendo le richieste di assistenza e solidarietà per la risoluzione dei casi di violazione nei Paesi di produzione. Le azioni che la Clean Clothes Campaign porta avanti in 15 Paesi europei (tra cui anche l’Italia) riguardano principalmente la libertà sindacale, gli obblighi aziendali, l’accesso alla giustizia, la sicurezza, il salario vivibile e la trasparenza.

Un’altra organizzazione che ha scelto di schierarsi per contrastare le schiavitù moderne nel settore tessile è Mani Tese, che attualmente è operativa soprattutto nelle zone rurali indiane intorno a Tirupur, Dindigul e Coimbatore. Qui le ragazze sono state ormai identificate come una riserva a cui attingere. Sono bambine e ragazze che le famiglie spesso inconsapevoli delle conseguenze mandano a lavorare nelle industrie tessili locali, sia come lavoratici giornaliere coi pulmini delle aziende che girano nei villaggi, sia come lavoratrici residenti all’interno degli ostelli aziendali.

Come si legge sul sito di Mani Tese, “l’elenco delle violazioni dei diritti del lavoro e dei diritti umani in India è lunghissimo. Tra i più gravi:

  • Salari bassi: le giovani ragazze ricevono salari bassissimi, ben al di sotto del salario minimo fissato dalla legislazione del Tamil Nadu
  • Orari di lavoro eccessivamente lunghi e straordinari obbligatori, fino a 16 – 20 ore al giorno
  • Rischi e problemi di salute, legati alle condizioni di lavoro. Le cure mediche, anche in caso di incidenti sul lavoro, sono a carico delle lavoratrici, e non sono previsti risarcimenti
  • Abusi verbali, fisici e sessuali subiti dalle giovani lavoratrici (compresi casi di vero e proprio sfruttamento sessuale).

Il sistema di reclutamento e il trattamento a cui queste giovanissime lavoratrici sono sottoposte rappresenta indubbiamente forme moderne di schiavitù, traffico di esseri umani e lavoro forzato”.

La moda non sostenibile e lo sfruttamento in India

Fonte dell’immagine: Mani Tese (Facebook)

Acquistare consapevolmente

E qui di esempi potremmo farne – per fortuna! – moltissimi. Sono infatti sempre di più i brand, i progetti e i percorsi che in Italia portano avanti un concetto di moda veramente sostenibile creando capi e accessori non solo buoni ma anche estremamente belli.
Per fortuna, anche qui, ci sono venuti in aiuto gli amici di Fashion Revolution che proprio domenica, per concludere col botto la settimana, hanno pubblicato sul loro sito THE REVOLUTION MAP: Gli indirizzi green Made In Italy. Uno strumento pratico per poter scoprire i negozi di moda etica più vicini e poter sostenere le realtà che hanno deciso di operare nel mercato secondo questi principi.
La mappa, come si legge sul sito “è e sarà un progetto in divenire che, con l’aiuto di tutti, si arricchirà negli anni di nuove realtà, offrendo informazioni utili per rendere l’atto d’acquisto un passo importante verso la creazione di un’industria della moda più trasparente e responsabile. Noi consumatori siamo la forza che può portare al cambiamento”.