Si parla di orti urbani a proposito di spazi di varie dimensioni appena fuori o all’interno del perimetro delle città, di proprietà dei Comuni e concessi, dietro richiesta, ai cittadini per coltivare frutta, verdura, fiori destinati al consumo personale.
La definizione di orto urbano genera alcuni interrogativi: quali e quanti sono gli orti nelle città in cui viviamo? A chi rivolgersi per avere la concessione di uno spazio verde? Che dimensioni ha un orto? Perché sempre più cittadini praticano l’agricoltura in città? L’orto urbano è una tendenza del momento o ci sono testimonianze di pratiche agricole urbane nel passato?

In questo articolo proveremo a rispondere a tutte le domande e – perché no? – a rimboccarci le maniche in attesa di lavorare la terra.

Da dove nasce la definizione di “orto urbano”?

Le prime testimonianze di orti come spazi concessi ai cittadini ci portano indietro nella seconda metà del 1800, quando iniziative più o meno contemporanee si diffondono prima nel Regno Unito (con i migrant gardens), poi in Germania (con gli armengärten) e in Francia (con i jardins ouvriers) e gradualmente nel resto d’Europa. Il comun denominatore di queste iniziative fu la progressiva industrializzazione delle economie europee che portò un considerevole numero di operai a trasferirsi dalle campagne nei centri urbani e in prossimità delle fabbriche. La migrazione massiva verso le città generava una domanda di beni primari in un rinnovato rapporto tra occupazione e uso del suolo. L’indigenza, la precarietà e l’emarginazione sociale delle famiglie operaie generarono il moltiplicarsi di iniziative da parte delle amministrazioni locali, dei privati e delle comunità religiose che concedevano l’uso di appezzamenti di terreno per la coltivazione di ortaggi e l’allevamento di animali di piccola taglia. In questo modo si assicurava alle famiglie la possibilità di integrare l’approvvigionamento di cibo direttamente con i prodotti della terra, di alternare il lavoro all’aria aperta con quello degli spazi insalubri delle fabbriche e di alimentare nuove forme di socializzazione.

L’orto urbano, malgrado fosse collocato in posizioni marginali, si poneva al centro di obiettivi molteplici: da fonte di generi alimentari divenne spazio con funzioni educative, sociali, terapeutiche e pedagogiche. Gli operai erano incoraggiati a tenersi lontani dai bar e dall’alcol, distratti da eventuali iniziative cospirative e invitati a praticare attività fisica all’aperto condividendo con le proprie famiglie e quelle di altri operai i frutti della terra. La dieta diventava varia, miglioravano le condizioni di salute e le prestazioni del lavoro, gli operai potevano soddisfare il bisogno di contatto con le proprie origini e il bisogno di comunità, concetto che nei grandi centri tendeva ad attenuarsi. Così le tesi del medico tedesco Moritz Schreber e le iniziative di monsignore Jules Lemire in Francia, si propagarono nel resto d’Europa e si intensificarono nel periodo tra i due conflitti mondiali con il crescente acuirsi dei problemi del sostentamento delle famiglie.

Gli orti urbani in Italia si diffusero in particolar modo durante il periodo fascista e con l’incalzare della Seconda Guerra Mondiale quando, per rispondere alla crisi alimentare e nel frattempo fare propaganda e alimentare il regime autarchico, si diffuse l’imperativo di non lasciare alcuno spazio incolto. Le aiuole urbane furono coltivate, persino il terreno dei Fori imperiali a Roma fu adibito a orto e grandi e cerimoniose operazioni di raccolta furono organizzate nelle maggiori piazze italiane intorno a quelli che divennero familiari con l’espressione di “orticelli di guerra”. Con il dopoguerra, venuta meno l’esigenza primaria, di cibo le iniziative di orti urbani tendono a lasciare il posto al cemento sotto la spinta di nuova domanda di urbanizzazione e in un rinnovato (dis)equilibrio tra suolo e popolazione.

Conosci gli orti urbani della tua città?

L’interesse per la pratica dell’agricoltura negli spazi urbani è oggi di nuovo di attualità. Come si legge nell’ultimo rapporto Benessere Equo e Sostenibile (BES) dell’ISTAT, in Italia la superficie delle aree verdi (nella cui definizione rientrano anche gli orti urbani) è in costante aumento dal 2011 (+3,6%). Nell’edizione 2017 del BES è riportato che gli orti urbani sono in continua crescita nelle città: 76 iniziative attivate nel 2016 contro 55 del 2011 con un aumento della superficie dedicata a questi appezzamenti di terreno pari al 50% (oltre 1,9 milioni di m2). Guardando alla distribuzione geografica, il rapporto mette in luce che la diffusione degli orti urbani è caratterizzata da polarizzazione: gli orti sono presenti in quasi tutti i comuni delle regioni del Nord, in circa i tre quarti dei comuni del Centro, mentre risultano ancora poco diffusi nel Sud del Paese.

A cosa si deve oggi l’interesse rinnovato per gli orti urbani? Con riferimento all’Europa, all’Italia o più in generale ai paesi occidentali non c’è più una crisi alimentare che spinga a coltivare in qualsiasi area a disposizione. C’è sicuramente una domanda alimentare ma è una domanda differente rispetto a quella del passato; c’è una domanda di sicurezza alimentare che si inserisce in un ventaglio di domande che è possibile definire ancora di tipo sociale, educativo e ricreativo sebbene espresse all’interno di un contesto profondamente cambiato rispetto ai secoli scorsi.

Se in passato l’orto urbano era espressione della domanda delle classi operaie o dalle fasce più indigenti della popolazione oggi l’orto è espressione di una domanda di una molteplicità di soggetti. L’orto urbano è polifunzionale: è espressione della scelta di un determinato stile di vita, ha finalità didattiche, è strumento di integrazione interculturale e sociale, è mezzo di partecipazione attiva. L’orto recupera anche la dimensione estetica che gli era appartenuta nel passato, diventa mezzo attraverso cui contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico. La coesistenza di funzioni e scopi diversi hanno portato a classificare gli orti in maniera diversi a seconda del soggetto che ne rende possibile la fruizione e del fruitore e della proprietà degli spazi occupati.

Nella categoria degli orti la cui iniziativa è privata e non coordinata da un soggetto che fa collettore di esigenze ad un livello più ampio troviamo:

  • orti organizzati da fattorie sociali su terreni propri, suddivisi in parcelle assegnate;
  • orti in balcone e terrazza ossia orti promossi dall’iniziativa di singoli cittadini che sfruttano i propri balconi, le proprie terrazze e le aree condominiali per la coltivazione;
  • orti promossi all’interno di scuole, istituti di pena, centri salute su terreni propri utilizzati, direttamente o in collaborazione con organizzazioni esterne;
  • orti aziendali per tutti quelle aree verdi attrezzate promosse da società private e messe a disposizione dei propri dipendenti.

Dietro la coltivazione di spazi pubblici può esserci anche la regia delle amministrazioni comunali che possono concedere gratuitamente o dietro corrispettivo di somme esigue di denaro il terreno ad associazioni, gruppi, privati che li utilizzano in modo esclusivo oppure in modalità condivisa previa ripartizione in parcelle. L’oggetto della condivisione oltre al terreno può essere l’attrezzatura, gli impianti di irrigazione o il know how sulle tecniche di coltivazione.
L’accesso agli orti generalmente avviene mediante l’assegnazione con bando di gara seguendo criteri diversi che premiano solitamente le fasce della popolazione oltre una determinata età e al di sotto di un livello minimo di reddito.
Se avete esaurito lo spazio a disposizione sul vostro balcone, non vi resta che recarvi presso gli uffici del vostro comune di residenza o consultarne il sito e verificare se ci sono in corso bandi per l’assegnazione di appezzamenti di terreno.

Foto in copertina di Lukas, Pexels; Foto serra di João Jesus, Pexels