Creare, fare, disfare: a quante cose possiamo dar vita con la nostra creatività? Se chiedessimo sul momento a Francesca, la protagonista di questa intervista, ci risponderebbe subito, con un’ondata di grinta e di entusiasmo, “tantissime”. Nel suo laboratorio di Firenze, nel quartiere storico di Santo Spirito in Oltrarno, ogni giorno viene realizzato qualcosa: dal legno, dal vetro, dalla ceramica, dai metalli…da tutto ciò che può prendere vita da un materiale grezzo o di recupero. E se qualcuno può pensare che l’artigianato, quello che crea non soltanto oggetti ma anche legami e che richiede tempo ma regala bellezza, stia ormai sparendo, si sbaglia. Vi spieghiamo perché con “Lofoio“.

Tanto, tutti quanti abbiamo bisogno di un po’ di Lofoio

Partiamo subito dal nome: Lofoio, che significa proprio “lo faccio io” ma detto alla fiorentina. Il cuore pulsante del tuo laboratorio è proprio la bellezza di fare le cose con le proprie mani. Come è nata l’idea di creare questo spazio condiviso?

E’ nata dall’ibridazione di tre idee, a loro volta già piuttosto avanzate, portate da tre teste. Uno di noi proveniva dal FabLab e portava l’esperienza dei maker, della manifattura digitale, degli appassionati di circuiti e attrezzi. Un altro veniva dal mondo dei coworking, dei freelance, e dell’innovazione digitale. Io venivo dall’edilizia, dall’autocostruzione, dalla voglia di cambiare il proprio mondo con le proprie mani, e con esse costruire gli oggetti, le case. Ognuno per sé, ma con l’aiuto di tutti. Tutti e tre eravamo molto divertiti dall’idea di condividere attrezzi che normalmente sono di proprietà privata, per vedere cosa poteva nascere dalle contaminazioni fra creativi. E per condividere le spese. Le nostre idee erano semini che avevano bisogno di uno spazio reale per mettere radici… e lo abbiamo cercato in Oltrarno: la zona artigiana ormai un po’ abbandonata del centro di Firenze.

Spazio interno del laboratorio di artigianato a Firenze Lofoio

In Italia l’artigianato è vivo più che mai. Quali sono le attività che vengono svolte e quali sono i manufatti che producete nel lavoratorio di Lofoio? Utilizzate anche materiali di recupero?

Gli smanettoni che si appoggiano a Lofoio, per un corso o per una lunga incubazione dei propri progetti creativi, costruiscono le cose più diverse. C’è chi lavora col legno, chi coi metalli di recupero, chi con fili elettrici e silicone. Sono molto richiesti i corsi di ceramica, di falegnameria e di tessitura. Attualmente abbiamo due maker esperte in borse di cuoio che si stanno lanciando. Non usiamo sistematicamente materiali di recupero, perché ci vorrebbe un magazzino apposta e in centro storico non ce lo possiamo permettere. Ma comunque finiamo molto spesso per usare materiali di recupero per tante ragioni: primo, sono più interessanti, perché ogni pezzo racconta una storia. Due, stiamo tutti rafforzando una coscienza sociale e ambientale che ci richiede di riflettere sul nostro modo di consumare e di disegnare gli oggetti. Terzo, e più importante, perché sono proprio gli autoproduttori liberi e senza vincoli come i nostri utenti che possono lavorare coi fine-pezza, con gli scarti di produzione, con quantitativi di materiale troppo piccoli per interessare all’industria. Ma che stimolano tanto la fantasia.

Quando ci siamo sentite al telefono hai parlato dell’artigianato come ad una attività che aiuta a far star bene con se stessi. Siamo convinte che per promuovere la sostenibilità sia ambientale che sociale sia importante partire da quella interiore ed imparare a volerci bene. Quale attività artigianale ti fa sentire veramente te stessa e ti aiuta ad esprimerti di più?

Sono abbastanza sicura che ognuno abbia la sua vocazione manuale. C’è chi è attratto dai tessuti, chi dagli strumenti digitali, chi dalla luce del vetro, chi dall’odore del legno. Ma c’è una cosa che osservo in tutti i soci di Lofoio e in me per prima: più è radicale, più affascina. In altre parole: più si manipola e osserva il materiale grezzo, andando indietro nella filiera di produzione, più ci si incanta. Nel fare, ci si meraviglia e si sospende il tempo. Credo che ciò avvenga perché il materiale allo stato elementare – sia esso terra, legno, metallo – si comporta in modo primordiale e si fa condizionare dall’ambiente. Stagione, clima, ora del giorno. Per lavorarlo bene dobbiamo concentrarci su di esso, entrarci in risonanza. E il nostro corpo per sua natura risponde agli stessi stimoli, quindi per un momento magico –
che può essere molto lungo se ci organizziamo bene – il mondo intero sparisce e la mente è tutt’uno con le mani e col corpo. E’ una forma di benessere molto profondo, ma alla portata di tutti. Io personalmente mi diverto molto a ibridare tecniche diverse e a usare in maniera un po’ blasfema attrezzi di mestieri diversi sul materiale “sbagliato”. Ma sento una carica speciale quando maneggio il legno, per la gamma di odori che sprigiona a ogni mossa, perché lo devi ascoltare con le orecchie e guardare sotto ogni luce. Ti confronti con la fibra e le caratteristiche micro e macroscopiche di questo materiale. Sempre vivo, sempre confortevole. Sempre diverso.

Intervista a Lofoio: laboratorio di artigianato a Firenze

Quarta e ultima domanda, la più difficile forse. Come vedi Lofoio tra 5 anni?

Il progetto si è trasformato tanto da quando lo abbiamo concepito a oggi, ma ha mantenuto il suo spiritaccio originario. Uno spirito di perenne “ruzzo”, come chiamiamo da queste parti lo stato di divertimento un po’ folle che hanno i bambini e gli animali. Un divertimento realizzato con serietà e professionalità, però. E coinvolgimento e rispetto di tutte le persone coinvolte nel progetto. Ecco, Lofoio potrà prendere tante forme. Fra cinque anni, è probabile che non saremo riusciti a sostenere gli affitti del centro storico fiorentino, ricco di storia e ormai povero di abitanti. E allora magari ci smaterializzeremo per incarnarci altrove e farci contaminare da un’altro quartiere, da un’altra comunità. O da un’altra città. Faremo corsi di tortellini, di riparazione barche, autocostruzione di ciaspole, lampade di rame gitano e cesti con le piante mediterranee. O cattedrali di bambù. Da qualche parte attecchiremo… Tanto, tutti quanti abbiamo bisogno di un po’ di Lofoio.

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