L’essere green ci regala continue sorprese.

Oggi vi raccontiamo la storia di Giulia, giovane paesaggista, vincitrice del contest “Design Against War” bandito da Emergency.

Può la Natura arrivare fin dove l’uomo ha distrutto qualsiasi cosa? Recuperare, dare una nuova possibilità, educare all’adozione di nuovi stili di vita?

Giardini terapeutici progettati per zone di guerra: parliamo di Emergency, architettura, idee creative, sostenibilità.

E di Donne che, dell’amore per l’ambiente, hanno fatto luce. Per tutti.

 

Healing Against War: il meraviglioso progetto di Giulia Radaelli

Il racconto del progetto “Healing Garden Against War” inizia tredici anni fa quando, oramai agli sgoccioli per la scelta dell’Università – non avrei mai creduto che l’amore per lo studio di ogni materia, ad un certo punto del percorso formativo, ovvero quando ti ritrovi costretto a scegliere uno specifico settore, potesse diventare un problema – continuavo ad esaminare le offerte di qualsivoglia Facoltà finché (oserei dire: per fortuna!) è arrivato il colpo di fulmine: l’Architettura del Paesaggio.

Ogni dubbio si è sciolto: mi appariva come un buon compromesso tra i miei interessi, attuale, interessante, multidisciplinare; avrei inoltre dovuto confrontarmi con l’arte, la storia, ed una gran varietà di materie scientifiche che non avevo alcuna intenzione di abbandonare.
È così che, cinque anni dopo, sono diventata una paesaggista e, nel tempo a seguire, l’orgoglio di esserlo non ha mai vacillato, nonostante spesso, in Italia, ci facciano sentire degli Architetti di serie B (ma questa è un’altra storia).

Piano piano ho iniziato a mettere in ordine i pezzi di un puzzle costituito da una formazione particolarmente variegata, a sviluppare una visione personale di “fare paesaggio” interessandomi, in particolar modo, alla biunivoca interazione fra spazio e comportamento umano, incuriosita da come, la nostra condotta, possa dipendere non solo dal “chi siamo” ma anche dal “dove siamo”, affascinata dall’influenza che uno spazio “costruito” può avere sul comportamento, sulla percezione degli esseri umani, sulla nostra mente.

Giulia Radaelli vincitrice premio Emergency "Design Against War"

Ho realizzato che un progettista, oltre ad innumerevoli responsabilità, ha un evidente dovere: dare, attraverso il suo “contributo spaziale”, una risposta all’insoddisfazione, al malessere, alla sfiducia, ai problemi della società; progettare non una forma ma uno spazio sociale, valutare le modalità secondo le quali tali siti verranno fruiti per non produrre luoghi anonimi nei quali la presenza umana diventi occasionale.

Da qui è nata prima un’ambizione, seguita, quasi nell’immediato, dalla promessa di ricercare con perseveranza, in ogni mio progetto, una sostenibilità nella più ampia accezione del termine, interpretando e risolvendo i temi sociali, spaziali ed ambientali con una visione sistemica che si prefigge l’obiettivo di dare una risposta alla qualità architettonica, ambientale, ecologica, ma anche ad una sostenibilità sociale, intesa come creazione di spazi della comunicazione, dell’integrazione, di relazione, contenitore di valori, espressione di cultura. Il sogno di esprimere, attraverso il progetto, una testimonianza di impegno intellettuale e civile, un apporto green trasversale e di speranza.

Poi è arrivato il confronto con il mondo del lavoro: complesso, contratto, che, per mille motivi, non dà sempre molte possibilità di espressione; così ho iniziato ad affiancare, all’attività quotidiana, la partecipazione a concorsi di idee che, in generale, rappresentano un’occasione di approfondimento, di ricerca su dei temi che difficilmente possono essere sviscerati nella professione di tutti i giorni; un momento durante il quale far fluire la creatività liberandola dal confronto, spesso limitante, con normative e budget, un momento in cui progettare e, al contempo, credere coraggiosamente, cercando di dire qualcosa di significativo e stimolante.

Emergency e il design contro la guerra


Con la Call for Ideas “Design against War”, lanciata da Emergency, è stata un po’ come il colpo di fulmine di cui sopra: la strada da intraprendere è risultata, tutto ad un tratto, chiara. Ero in totale sintonia con la visione portata avanti dalle persone che compongono e sostengono Emergency, ONG che ogni giorno si impegna per offrire cure gratuite e di elevata qualità a tutti, passando attraverso la dotazione di spazi belli come riconoscimento di dignità.

Mi sono posta l’obiettivo di dare voce, forza, ai desideri – non solo ai bisogni – che, persone costrette nell’atrocità dei contesti di guerra, hanno il diritto di avere; ambivo a creare un luogo che andasse oltre lo stretto necessario, capace di esplicitare tali desideri per non lasciarli insoddisfatti, per evitare che rimanessero inespressi, latenti, inconsci.

Probabilmente, per amore per ciò che è “fuori”, per deformazione professionale, questa idea ha preso, fin da subito, la forma di un giardino e, poco dopo, ha assunto una struttura più complessa e sottile, quella dell’Healing Garden, cercando di integrare bisogni ospedalieri ed emotivi, considerandoli di pari importanza nel processo di guarigione dei pazienti.

Progetto Healing Garden Against War

Un giardino nel suo significato simbolico di armonia, equilibrio e contatto tra parti contraddistinte e spesso contrapposte – uomo e natura – all’interno del quale supportare gli aspetti relazionali e culturali falsati dalla guerra. Infine, ponendo l’attenzione sul fatto che le piante antagoniste in natura, riescano invece a convivere pacificamente e in modo solidale nello spazio verde progettato, far comprendere che altri modi di vivere sono possibili: la pace non è utopica, la diversità è bellezza e valorizzazione reciproca.

Tutto ciò accade in una passeggiata esperienziale, in cui il fruitore viene “accompagnato”, condotto e stimolato con una serie di accorgimenti tecnici ed elementi dialoganti e co-agenti, quindi lavorando sul colore, sull’olfatto, sulla matericità; il soggetto coinvolto diventa, in tal modo, parte attiva di un percorso terapeutico che, unendosi a quello più tradizionale, favorisce il benessere psicofisico dell’utente.
Facendo dialogare la natura con la medicina e il paziente con lo spazio circostante, si mira a coniugare la salute con una specifica progettazione: combinazioni senza dubbio altamente efficaci ed in grado, così, di elevare la qualità di vita delle persone.
Se tredici anni fa fantasticavo sul diventare una paesaggista, adesso inizio a sentirmi tale ma rimango pur sempre una sognatrice. Così il mio viaggio prosegue, sempre con una nuova visione in tasca su cui lavorare con tutta me stessa e che spero, quanto prima, di trasformare in realtà. Ma, anche questa, è un altra storia che mi auguro di poter raccontare presto.