La moda sostenibile dei negozi di quartiere

La cosiddetta fast fashion è una piaga globale. Si potrebbero utilizzare anche espressioni più morbide e meno definitive per descriverla, probabilmente…ma questo, di fatto, è ciò che i numeri, i fiumi inquinati e le manifestazioni di piazza in molti Paesi nel mondo ci dicono. Per cui, nessun giro di parole. Sapere è la base necessaria su cui poggiare la costruzione di alternative concrete.

Ed è questa, la strada su cui vale la pena impegnarsi!

Perché i dati di cui disponiamo, in effetti, la strada la delineano perfettamente.

La moda è infatti il secondo settore industriale più inquinante al mondo (il primo è l’oil & gas), ed è responsabile del 20% dello spreco globale dell’acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica.

La produzione di vestiti genera inoltre più gas serra di quanto non ne generino gli spostamenti aerei e navali di tutto il Pianeta.

E per cosa, poi? Per permetterci di avere gli armadi pieni di capi che, nell’80% dei casi, non utilizziamo nemmeno – oggi le persone acquistano in media il 60% di vestiti in più rispetto al 2000.

Il fatto che così non si possa andare avanti non richiede, quindi, ulteriori spiegazioni.

L’industria della moda è ad un bivio e deve scegliere quale strada percorrere. Può proseguire sul modello attuale basato su pratiche di spreco e modelli usa e getta che continueranno ad aumentare l’impatto ambientale del settore sul nostro Pianeta e sul nostro tessuto sociale o, in alternativa, invertire la rotta diventando creativa e innovativa attraverso l’adozione di modelli di business rivoluzionari che consentano di rispettare i limiti di risorse del nostro Pianeta. Una svolta di questo tipo abbandonerebbe il materialismo usa-e-getta a favore del “vero materialismo”, “un passaggio da un’idea di società del consumo in cui i materiali contano poco a una vera società materialistica, in cui i materiali – e l’ambiente di provenienza – sono preziosi” (Report “La moda a un bivio”, Greenpeace).

Cosa fare? Per esempio, sostenere le alternative sane che esistono già!

Se la voglia di un golfino di cachemire trasforma in deserto vaste aree della Mongolia o lo sfizio di avere jeans sabbiati fa morire un lavoratore turco, vuol dire che nel sistema-moda c’è qualcosa di profondamente sbagliato, ingiusto e pericoloso. E noi, come consumatori, abbiamo un enorme potere per spingere a un cambiamento: se è vero che il mercato si basa sulla legge della domanda e dell’offerta, possiamo influenzare l’offerta cambiando la domanda”. (“Vestiti che fanno male”, Rita Dalla Rosa, Terre di mezzo editore).

La chiave, secondo noi, sta qui. Nell’influenzare positivamente l’offerta attraverso scelte di consumo misurate e consapevoli…scovando, per esempio, quei piccoli negozi di quartiere che, non di rado, nascondono dei veri e propri tesori, dei progetti di valore, dei ritrovamenti inaspettati e senza tempo, delle manualità preziose.

Per dimostrarvelo ci siamo messe idealmente in viaggio, in giro per l’Italia, alla ricerca di questi luoghi, ognuno portatore di un’idea diversa di moda slow. Venite con noi?:)

Tappa 1: Milano, da Panpepato. Come a casa, su misura

In una delle zone del centro più belle di Milano, e proprio davanti ad un ampio parco pieno di verde, nel 2005 ha iniziato la sua avventura Panpepato, un piccolo negozio/laboratorio dal gusto parigino e dall’atmosfera accogliente, dove convivono abiti e accessori realizzati artigianalmente sia in Italia che all’estero con gioielli, borse, scarpe e accessori, insieme ad una colorata linea bimbo.

Volevamo creare un luogo in cui poter anche solo chiacchierare, senza necessariamente acquistare”, spiegano Martina ed Eva, ideatrici del progetto. “Abbiamo una serie di capi classici e continuativi a cui affianchiamo periodicamente proposte differenti. Chi si rivolge a noi può sia acquistare ciò che è già esposto sia creare il proprio abito perfetto, scegliendo taglia e stoffe. La nostra sarta solitamente in una settimana riesce a confezionare tutto!”.

Tappa 2: da Fairmade, Brescia. La moda etica capace di accogliere

La nostra chiacchierata al telefono con Barbara, che ha creato questo concept store insieme a Simona, è stata breve ma ci ha permesso di focalizzare un messaggio importante: “La moda slow non è una moda a tutti i costi, ma è per tutti. Può accogliere tutte le personalità e tutte le fisicità”. Se poi, come nel caso di Fairmade, si fonda su una filiera etica controllata e garantita, allora ha un valore e un impatto ancora maggiori.

Il negozio di Simona e Barbara si trova in un antico palazzo nel cuore del centro storico di Brescia. Le vetrine e gli ambienti sono stati realizzati con allestimenti e arredi artigianali, e l’assortimento si compone di un’ampia varietà di vestiti, scarpe borse e accessori, creati utilizzando cotoni biologici, canapa, fibra di bambù, tessuti innovativi ed ecologicamente sostenibili.

“Crediamo che per adattarsi a te e al tuo stile positivo – scrivono sul loro sito – una maglia, una gonna o un pantalone non debba portare con sé storie di sfruttamento o povertà, ma debba raccontarti una bella storia.”

Moda sostenibile a Brescia - FairMaide

Tappa 3: Vigevano, da L’Antina. Second hand di qualità e non spreco

Prima lavoravo in ufficio, mi occupavo di comunicazione e di eventi, trascorrevo incollata alla scrivania un numero imprecisato di ore, non riuscivo a fare nient’altro e non ero contenta” ci racconta la titolare Maddalena. “Così un giorno ho preso coraggio, mi sono licenziata e ho deciso che il riciclo, il riuso e la sostenibilità – da sempre passioni forti ma un po’ trascurate – sarebbero dovute diventare il mio lavoro. L’Antina è nata così, e oggi è la mia più grande gioia, il mio piccolo sogno che ogni giorno diventa un po’ più grande e reale. Nel negozietto che ho messo in piedi propongo abbigliamento usato che seleziono con cura e accessori realizzati da artigiani di tutta Italia a partire da materiali di recupero. La mia idea di slow fashion è qui: nel non spreco e nella circolarità, sia dei materiali con cui poter creare cose belle che nei vestiti, che le mie clienti possono anche scambiare a costo zero durante gli swap party che organizzo ogni mese”.

L'Antina di Vigevano: negozio vestiti second hand e swap party

Tappa 4: Ferrara, da Lumineers Project. La moda che fa bene

Lumineers project colpisce subito per l’ecletticità e la sapienza con cui vengono costruiti abbinamenti e allestimenti. Questo piccolo concept store, aperto lo scorso autunno, “nasce dall’idea di creare uno spazio in cui ogni forma d’arte possa esprimersi e dia forma ad un’idea di bellezza in cui ognuno possa riconoscersi”, ci spiega la titolare Federica. “I capi di abbigliamento che proponiamo sono tutti made in Italy, e molti di loro appartengono al brand Progetto Quid, nato nel 2013 per creare un’opportunità lavorativa per persone — soprattutto donne — con un passato di fragilità attraverso la realizzazione di prodotti di abbigliamento e accessori con tessuti di rimanenza delle migliori aziende italiane”.

Progetto Lumineers: concept store basato sulla bellezza

Tappa 5: Sassari, da Bagella. Il valore della memoria che guarda al futuro

Bagella ha aperto nel 1932 ed è a pieno titolo uno dei negozi storici di Sassari. L’attività fondata da Nino, Mario e Giuseppe Bagella è nata con un’offerta merceologica molto vicina a quella di un “emporio”, come l’epoca richiedeva: saponette, profumi, filati per cucito, bottoni, capi di abbigliamento ed intimo. La determinazione di questi 3 fratelli ha permesso all’attività di superare diversi periodi di crisi e di crescere, aprendo anche altri punti vendita. Oggi il negozio, gestito dalle generazioni successive a quelle di Nino, Mario e Giuseppe, porta avanti la tradizione proponendo abbigliamento tradizionale sardo con un approccio moderno ma rispettoso di questa storia così importante.

Storico negozio di Sassari per abbigliamento e intimo: Bagella

Questo viaggio avrebbe potuto comporsi di tantissime altre tappe, di tantissime altre espressioni di meraviglia e di tantissime altre storie meritevoli di un racconto.. ma il compito di proseguire questa esplorazione lo lasciamo a voi (anche se non escludiamo di riprendere il percorso a breve, creando nuovi itinerari). Ci auguriamo però che queste prime 5 proposte, insieme, abbiano dimostrato quello che più ci preme, ossia il fatto che la moda slow è qualcosa di fluido, di estremamente vivace e mutevole che può assumere i contorni che ognuno desidera, a patto di usare – per tracciarli – inchiostri puliti e non macchie sporche di sfruttamento e indifferenza. Buon proseguimento di viaggio a voi!