#cuoredistoffa: amare i vestiti per amare il Pianeta

Ormai sapete come la pensiamo: la fast fashion è una piaga globale e le modalità – di produzione, di utilizzo indiscriminato delle risorse, di trattamento dei lavoratori – su cui si basa non ci appartengono.

E siamo in tanti a pensarla così. Proprio per questo, infatti, da qualche anno, Aprile è il mese della Fashion Revolution Week, l’iniziativa globale nata appunto per far sì che la moda torni ad essere un’industria capace di rispettare l’ambiente, le persone, la creatività e il profitto in eguale misura.

La #fashionrevolutionweek di Aprile è alle porte

“L’acquisto è l’ultimo click nel lungo viaggio che coinvolge migliaia di persone: la forza lavoro invisibile dietro ai vestiti che indossiamo”, ha dichiarato Carry Somers, co-fondatrice di Fashion Revolution. “Non sappiamo più chi sono le persone che fanno i nostri vestiti, quindi è facile far finta di non vedere e come risultato milioni di persone stanno soffrendo, perfino morendo.”

Quello nato attorno alla Fashion Revolution Week è un movimento bellissimo, fatto di tantissime iniziative che, anche in Italia, si propongono ogni anno di portare le persone a chiedersi “Who made my clothes?”, imparando sia ad effettuare acquisti misurati, sostenibili e consapevoli che – più in generale – a ricominciare a cogliere ed apprezzare, nei vestiti, quei valori intrinsechi fondamentali di cui sono portatori. Perché i vestiti ci abbracciano, ci proteggono, ci valorizzano, rispettano le nostre timidezze, danno colore al nostro sentire, ci accompagnano, ci emozionano… E noi? Come possiamo ricambiare?
Se pensate di non saper dare risposta a questa domanda…niente paura! Vi agevoliamo noi il compito regalandovi idealmente 6 #cuoridistoffa, ossia 6 modi per amare il Pianeta trattando i vostri vestiti con amore!

Amare i vestiti: voce del verbo…

Usare

Partiamo dalla declinazione più ovvia ma anche da quella che nasconde, dentro di sé, il dato più grave: l’80% degli abiti che acquistiamo, in media, rimane inutilizzato nell’armadio. Perché? Probabilmente perché potersi aggiudicare una maglietta a 2 euro o un paio di scarpe a 5 ci deresponsabilizza. Ci permette di affrontare il “farci carico” di quegli oggetti con leggerezza, senza pensare al loro valore reale e al loro impatto.Però in questo c’è qualcosa di profondamente sbagliato. D’altra parte, come spiegava già nel 2017 Li Edelkoort nel suo ““Anti-fashion: a Manifesto for the next decade”, “Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile”.Quindi, primo obiettivo da mettere subito in atto: acquistare solo abiti di cui abbiamo bisogno e che siamo sicuri di sfruttare!

Regole per una moda sostenibile: acquistare vestiti usati

Scambiare

Ossia non lasciare che i vestiti che non ci vanno più bene, che abbiamo ricevuto in regalo ma che non ci convincono o che abbiamo acquistato per errore restino nell’armadio a poltrire. In questo possono essere di aiuto gli swap party, di cui abbiamo già parlato qui e che sono sempre più diffusi anche nel nostro Paese. Arianna e Sofia, per esempio, sono le anime di Giroabito, un progetto bellissimo che in quel di Verona, nel giro di pochissimo tempo, ha già preso piede:

Questo viaggio sorprendente è iniziato poco meno di un anno fa, tra amiche”, ci racconta Arianna. “Volevamo semplicemente divertirci e condividere…e nel coinvolgere il nostro giro di conoscenze abbiamo raccolto talmente tanto entusiasmo che ci siamo dette: proviamo a rendere questa occasione un evento pubblico! Ad ottobre il primo Giroabito aperto l’abbiamo organizzato presso la Cooperativa Sociale Opificio dei sensi, diventato ormai nostro punto di riferimento ufficiale, e le persone intervenute sono state oltre 150, uomini compresi! Davvero una serata bellissima, in cui sono stati scambiati più di 500 abiti e sono state raccontate oltre 100 storie”.
Storie? “Sì, alle persone che intervengono ai nostri swap chiediamo di individuare un aneddoto, un racconto, un particolare personale legato ad uno dei capi portati e di scriverlo un cartoncino fornito da noi. In questo modo chi adotterà quel capo adotterà anche la sua storia, e potrà dargli ancora più valore”. E i vestiti che restano? “A loro pensiamo attraverso il Vestificio, un progetto nato sempre con Opificio dei sensi: un gruppo di ragazzi con sindrome di down, al termine di ogni swap, recupera tutti i capi rimasti, li lava, li stira e li propone in vendita a prezzi simbolici in occasione di feste e mercatini, potendo così crescere professionalmente e vedere riconosciuto anche economicamente il proprio impegno”.
Bellissimo, vero?

Giroabito: swap party a fine benefico

Rammendare

Se poi vogliamo proprio sprofondare nel passato, allora potrei ricordare che una volta all’anno si andava dall’infilaperle, quello che rinfilava tutte le collane. Un mestiere scomparso. Così come sono scomparse tutte le manutenzioni. Esiste forse ancora l’arte del rammendo?”. Si esprimeva così la meravigliosa Franca Valeri nel suo dialogo con Mario Calabresi in “Cosa tiene accese le stelle” (Mondadori). E probabilmente ha ragione. Non a caso oggi chi invita le persone a rammendare, aggiustare e riparare descrive queste come “scelte rivoluzionarie”.Una su tutti Beatrice Di Cesare, zero waster impegnata da anni in un bellissimo percorso di riduzione del proprio impatto – “Faccio quello che faccio perché voglio essere felice senza che la mia esistenza si fondi sula sofferenza di altri” – che qualche tempo fa ha lanciato sul suo account Instagram la proposta di un #rammendoparty:
Inizialmente, come descritto anche nel mio libro ‘Vegan Revolution’, l’idea era di organizzare un evento fisico, anche per permettere ai meno abili di trovare aiuto e supporto negli altri…ma poi la cosa ha preso piede a livello virtuale: io ho postato i miei interventi di rammendo con questo hashtag ed altre persone hanno raccolto l’invito facendo lo stesso, trasformando così un’attività per molti noiosa in qualcosa di positivo, aggregativo, ma soprattutto visibile! Sì, perché nella nostra cultura i rammendi perfetti sono quelli che non si vedono, ma non è così ovunque…quindi forse, il prossimo passo da percorrere potrebbe essere questo: provarci anche se non si è delle sarte esperte, e poi mostrare il proprio lavoro senza vergogna!”

Rammendare i vestiti: regole per una moda sostenibile

Donare

Le associazioni, le case famiglia, i gruppi di mutuo aiuto, le parrocchie che cercano capi di abbigliamento e accessori in buono stato per i propri utenti ci sono dappertutto…basta informarsi e preferire – sempre – la risposta a richieste specifiche che non le raccolte “generiche”, in cui è più alto il rischio di donare vestiti che poi non serviranno. Tra le raccolte “generiche” però fanno eccezione quelle gestite da organizzazioni che operano a tutti i livelli in modo trasparente, come HUMANA People to People Italia, che dal 1998 lavora per contribuire allo sviluppo dei popoli svantaggiati nel sud del mondo attraverso programmi umanitari di lungo termine.HUMANA Italia, in particolare, recupera i vestiti che non si indossano più dando loro una seconda vita attraverso il riutilizzo e il riciclo: l’associazione gestisce oltre 5.000 contenitori in 1.171 comuni italiani, e attraverso i suoi 7 negozi Humana Vintage rivende abiti unici e in ottime condizioni ricavando fondi per i propri progetti.

Lavare correttamente

La durata dei vestiti che indossiamo e il loro impatto sull’ambiente dipendono anche da come li trattiamo quando li infiliamo in lavatrice. Lì, davanti a quell’oblò che magicamente riesce a far sparire i ricordi di abbuffate e gite al parco, colazioni in piedi e gomitate impreviste, giochiamo una partita importante, che possiamo vincere solo tenendo conto di vari aspetti: del materiale di cui sono fatti i nostri capi, perché ognuno ha le proprie caratteristiche ed esigenze (a questo scopo vi consigliamo di scaricare e studiare il prezioso vademecum “Conoscete i vostri materiali” che gli ideatori di Fashion Revolution hanno redatto sull’argomento); del fatto che i capi sintetici rilasciano nell’acqua, durante ogni lavaggio, una grande quantità di microplastiche che poi finiscono nei fiumi e negli oceani…un dramma evitabile per esempio utilizzando un sacchetto per il lavaggio, come il GUPPYFRIEND di Patagonia; della reale necessità di ciascun capo di essere lavato in lavatrice ogni volta che lo indossiamo…Sicuri che non basti un po’ di sole, l’aria fresca o – come sembra essere in voga soprattutto negli USA per i tanto amati jeans – un passaggio in freezer??

Made with love: quando i vestiti sono fatti col cuore

Tingere

Liana, artigiana vigevanese, è partita da un’esigenza: quella di poter disporre di filati di qualità con cui creare capi da indossare tutti i giorni. “Quando ho iniziato questo viaggio bellissimo che oggi è il mio mestiere facevo la fotografa ma ero appassionata di maglia, solo che non riuscivo a trovare una materia prima che mi soddisfacesse completamente. Così mi sono documentata ed ho scoperto che in Inghilterra e in Germania c’era chi la lana se la filava e se la tingeva in casa. Ho provato anch’io e mi sono innamorata di entrambe le tecniche. La tintura, in particolare, mi ha permesso di soddisfare un’esigenza ulteriore: quella di ottenere, per ogni colore, sfumature non artificiali ma vive, dinamiche. I colori naturali, seppure delicati come resa, hanno una forza che li rende unici, e che anche gli occhi meno esperti riescono a cogliere. Oggi, dopo anni di esperimenti, io tingo la lana e la seta usando clorofilla, caffè, radice di robbia (una pianta infestante che cresce lungo i fossi), germogli di pomodori, bucce di cipolla, fitolacca; produco sia matasse che capi finiti, realizzo prodotti personalizzati e gestisco la vendita sia nel mio laboratorio di Vigevano (PV) che on line e organizzo workshop per grandi e piccoli. E non potrei essere più felice!”

Se siete arrivati fino a qui avete in mano 6 preziosissimi #cuoridistoffa tutti per voi: custoditeli, rimirateli, fissate nella mente le loro fisionomie e date loro soddisfazione, diventando ambasciatori di un modo diverso di amare e curare il vostro guardaroba: il meraviglioso Pianeta che ci ospita e che così pazientemente ci sopporta ve ne sarà grato!