Chi vivrebbe un’intera settimana senza il proprio smartphone? Siamo sicure che qualche coraggioso esista ancora ma la tendenza mondiale è senza dubbio quella di essere costantemente connessi e di fare tutto ciò che prima si faceva “a mano” attraverso l’aiuto di una macchina più veloce nel farlo.

Ciononostante, tutta questa affascinante tecnologia ha un costo e una durata che vanno necessariamente presi in considerazione dal punto di vista ambientale. Dove vanno a finire tutti i device che non funzionano più? C’è un modo per recuperarli? Abbiamo quindi intervistato la start-up ligure Futuredata che con il progetto Ariadne si occupa proprio di risolvere il problema dello smaltimento in maniera più etica e sostenibile, così da creare un circolo virtuoso di economia circolare anche per i nostri amici “smart” che hanno smesso di funzionare.

Ci raccontate cosa sta succedendo nell’industria elettronica odierna? Quali sono alcuni dei problemi legati alle sostanze nocive e allo smaltimento?

L’industria elettronica è una delle attività che maggiormente dipende dai Materiali Critici (MC), oggi ancora poco recuperati, a discapito delle riserve naturali oltremodo sfruttate. L’estrazione e raffinazione di MC comporta elevati impatti ambientali e spesso luoghi di lavoro insalubri.

Un esempio è il Coltan che viene estratto principalmente in Cina e in Africa e usato in molti oggetti di uso quotidiano, come il cellulare. L’estrazione non avviene affatto in ambienti controllati e correttamente gestiti: nelle miniere vengono spesso utilizzati anche bambini come forza lavoro mentre i minatori lavorano in condizioni assolutamente inaccettabili.

Sappiamo anche delle discariche di RAEE in Africa, come quella di Agbobloshie in Ghana vicino al centro di Accra, la capitale. Quest’ultima si trova nei pressi della baraccopoli dove vivono circa 40.000 ghanesi, principalmente migranti che vengono dalle zone rurali più povere. Qui, recuperano circa il 50% dei materiali, ma lavorano in condizioni disumane ed in contatto con sostanze pericolose.

La Convenzione di Basilea vieta l’esportazione di rifiuti pericolosi dai paesi sviluppati a quelli meno sviluppati, ma ne permette l’esportazione per riuso/riparazione. Spesso per eliminarli, i rifiuti vengono bruciati causando così l’emissione di sostanze chimiche particolarmente pericolose per i bambini. Queste tossine inibiscono lo sviluppo del sistema riproduttivo, del sistema nervoso ed in particolare del cervello.

La discarica di Agbogbloshie e lo smaltimento RAEE

Esisto un modo per prevenire tutto ciò e istituire un corretto smaltimento delle varie componenti?

Il nostro progetto Ariadne è stato appunto pensato per massimizzare il processo di smaltimento attraverso un sistema che permette di conoscere cosa c’è in un apparecchiatura elettrica, scannerizzando il codice del prodotto. In questo modo è possibile il recupero di materiali che sono interessanti e di valore ma dei quali è difficile il recupero a causa della loro presenza in piccole quantità. Se si sa già cosa è presente in un device elettronico e dove trovarlo allora il processo di recupero può essere facilitato e ottimizzato. Il rame, l’oro, l’argento, il palladio o l’alluminio, il ferro e lo stagno, ma anche terre rare, indio, niobio: materiali estremamente importanti per le tecnologie e le funzionalità, ma che allo stesso tempo non hanno una filiera di recupero efficiente come noi vorremmo.

Una volta migliorato il processo di smaltimento come si può agire anche sulle condizioni dei lavoratori africani?

Abbiamo pensato di offrire una percentuale degli utili del progetto di riciclo Ariadne Green Thread a progetti no-profit in Africa. Siamo alla ricerca di organizzazioni e missioni già operative in diversi paesi africani, dove un contributo in knowhow, tecnologia digitale e fondi potrebbe migliorare la preparazione scolastica e creare nuovi mestieri per le comunità più povere. Vogliamo un contatto diretto con le persone che gestiranno questi aiuti.

Applicare network globali e risorse all’Africa, significa dimostrare quanto ci sta a cuore e restituire anche una piccola parte di ciò che è stato depredato, sfruttato e inquinato negli ultimi secoli da parte dei così detti paesi ‘sviluppati’ dell’Occidente.

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