L’emergenza sanitaria non ci ha permesso di incontrarci di persona ma Elena Ferrero e Sara Secondo, fondatrici di Atelier Riforma, si sono concesse per un’intervista su Skype ed è stato come bere un caffè tra amiche. Devo ammettere che le “conosco” da un po’: grazie alla condivisione su Facebook di un loro post da parte di un conoscente in comune entro in contatto con il loro progetto di cui mi innamoro subito.

Atelier Riforma è il giusto mix tra qualcosa di molto attuale e qualcosa di lontano che richiama nel mondo iper consumista in cui viviamo oggi le tradizioni provenienti dalla cultura popolare.

Come possiamo descrivere Atelier Riforma in breve?

Elena: “È una start up innovativa a vocazione sociale. Raccogliamo abiti usati, li trasformiamo e li rivendiamo, al fine di rendere la moda più sostenibile. Sappiamo infatti che l’industria della moda segue un percorso molto lineare: vengono sfruttate molte risorse per produrre vestiti, i capi acquistati sono utilizzati dai consumatori per pochissimo tempo e poi una grande parte di questi finisce in discarica e negli inceneritori. Abbiamo pensato di ridurre l’impatto ambientale applicando l’economia circolare, semplicemente (si fa per dire ovviamente, ndr) allungando la vita dei nostri capi grazie all’arte sartoriale. Questa trasformazione si chiama upcycling perché, a differenza del recycling, prevede un aumento del valore del capo per via della creatività che c’è dietro alla lavorazione di tipo sartoriale. A tutto questo si aggiunge l’impegno sociale dal momento che tra le realtà che effettuano questa trasformazione ci sono delle sartorie sociali, delle associazioni e delle cooperative in cui lavorano persone che provengono da situazioni difficili o che si trovano in condizioni di fragilità. Un altro aspetto importante è che tutti i capi che restano invenduti, passato un anno, vengono donati ad alcune associazioni che abbiamo individuato”.

Per quale motivo rientrate nelle start up innovative, quando il lavoro che viene eseguito sui capi è decisamente manuale?

Sara: “L’aspetto che ci permette di registrarci come start up innovativa è la tracciabilità. Noi vorremmo sviluppare un sistema di tracciabilità degli abiti per garantire ai donatori di sapere dove vanno a finire i loro capi (se vengono trasformati, venduti o donati), per assicurare agli acquirenti la trasparenza per ciò che riguarda la loro provenienza, se arrivano da privati o associazioni, ma soprattutto per informarli di chi ha compiuto la trasformazione, sartoria sociale o designer che sia. Un’altra cosa che ci piacerebbe fare è consentire a chi accede alla nostra piattaforma di sapere quante risorse vengono risparmiate acquistando un capo Atelier Riforma rispetto ad uno nuovo comprato in un negozio qualsiasi”.
Progetto di moda sostenibile: Atelier Riforma

Dunque per voi, ma come credo per tanti consumatori, la trasparenza ha un ruolo centrale soprattutto considerando lo scetticismo che c’è ancora nei confronti del mercato degli abiti usati in Italia.
Qual è stata la vostra fonte di ispirazione?

Elena: “L’idea è venuta a me: da piccola ricevevo tantissimi vestiti usati da cugini e fratelli più grandi e non mi piacevano granché; mia nonna che aveva la macchina da cucire modificava gli abiti per farmeli piacere di più. Per immaginarmi questo progetto sono partita da questo insegnamento del non sprecare nulla, siccome tutto è risorsa”.

Sara: “Abbiamo imparato moltissimo da altri brand durante questo anno di lavoro, ci siamo anche associate a un collettivo torinese di marchi sostenibili che si chiama Rén Collective. Crediamo nell’importanza di fare rete con persone e imprenditori che condividono con noi l’obiettivo di creare una moda più sostenibile ed etica. Riceviamo stimoli ogni giorno, guardando il lavoro di altre piccole realtà come la nostra”.

In Atelier Riforma Elena e Sara si occupano degli aspetti gestionali e organizzativi, nessuna delle due ha competenze in ambito sartoriale. Anche se quando si trovano nel loro magazzino, di fronte alla mole di vestiti ricevuti in dono, valutano secondo la loro sensibilità cosa farne e soprattutto a quali professionisti affidarli per la trasformazione. L’attività più creativa ed artistica è lasciata alla loro rete di professionisti che sono davvero tanti e svariati: dalle sartorie sociali precedentemente citate ai modellisti, dai designer a una magliaia che disfa le maglie per farne di nuove.
Come state vivendo la quarantena? Vi abbiamo viste molto attive sui social…

Elena: “Noi ovviamente per la quarantena abbiamo bloccato tutte le attività operative che richiedevano spostamento e presenza, però abbiamo deciso di puntare sui social, cercando di coinvolgere la community di Atelier Riforma. In un primo momento abbiamo lanciato qualche challenge divertente per non fare annoiare le persone costrette a casa come “Riforma il tuo armadio” e poi il contest “Shape your style”. Quest’ultimo è stato realizzato insieme al Barolo Fashion Show, una partnership recentissima di cui siamo molto contente, trattandosi di un attore molto importante nell’ambito della moda sul nostro territorio. In poche parole è una sfida di upcycling: viene inviato ai candidati ritenuti idonei una fotografia di un capo d’abbigliamento di cui devono realizzare un figurino. La competizione, che si sta concludendo in questi giorni, era aperta a tutti gli interessati in possesso di adeguate competenze in modellismo ed esecuzione sartoriale. La votazione non è stata affidata ad una giuria di esperti ma ai follower di Atelier Riforma. I tre vincitori faranno sfilare i loro capi al Barolo Fashion Show”.

Giacca Atelier Riforma

A proposito di un’istituzione della moda come quella appena citata, come ne uscirà il fashion system da questo lockdown secondo voi? Ci saranno ripercussioni e cambiamenti?

Elena: “Speriamo che cambi un po’. Si dice sempre: «Non vedo l’ora di tornare alla normalità». Nel mondo della moda la normalità non sembrava essere tanto sana (non dimentichiamo che si tratta della seconda attività produttiva più inquinante al mondo, ndr). Questo consumismo usa e getta tipico della fast fashion va ridisegnato, anche i consumatori oggi sono più attenti e riflessivi. È molto difficile fare delle stime adesso, ma anche da articoli che abbiamo letto di recente sembra che si comprerà un po’ meno ma meglio: si privilegeranno capi di qualità”.

Sara: “Ho letto che grandi aziende di fast fashion, ad esempio Mango, stanno cambiando il loro approccio. In questa situazione anche a loro costa distruggere tutti i vestiti rimasti invenduti. Bisogna però discernere tra il greenwashing e le aziende che hanno davvero a cuore la sostenibilità”.

State pensando di cercare uno spazio o un negozio per Atelier Riforma? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Sara: “Al momento un luogo fisico no, vorremmo proseguire sull’e-commerce e continuare a girare i mercatini, per noi il contatto umano è importantissimo ma è fondamentale anche per l’attività che svolgiamo: le persone hanno bisogno di toccare i vestiti e di guardarli di persona. Se dovessimo ricevere un finanziamento sarebbe il primo aspetto su cui investiremmo, insieme al sistema di tracciabilità”.

Come possiamo sostenervi?

Sara: “Comprando appena sarà di nuovo possibile e donando anche capi di qualità”.
Elena: “Una grande mano può arrivare anche dalle aziende che vogliono cambiare il loro modello di business, rendendolo più sostenibile: accettiamo con piacere rimanenze di magazzino. Invece di svenderle a prezzi bassissimi in qualche outlet, possono avere una nuova vita attraverso Atelier Riforma”.

Ecco dove trovare Elena e Sara e il loro Atelier Riforma:
Sito ufficiale
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articolo a cura di Mariasole Vadalà